Domenica 9 agosto 2026
Hambo: l’inizio di un nuovo secolo

Era il giorno centouno del Gran Premio più ambito per i trottatori di tre anni; un miglio secco, un giro di pista per scrivere nomi nella storia o per finire nel fiume impetuoso dei rimpianti e dell’oblio. Hambletonian; l’iniziatore della stirpe dei trottatori.
A circa ventisei secondi e qualche pirolo dall’epilogo il destino che accompagna le corse aveva dipinto un meraviglioso affresco; un condensato di storie sfarzose e minime che si sarebbero confrontate in quell’ultimo quarto di miglio.
In testa Apex, figlio dello stallone principe, Walner, mai consacrato da un figlio vincitore di Hambletonian; genealogia nobile, avendo una madre, Mission Brief, colonna portante dell’allevamento americano. L’onere di mezzo milione di dollari per acquistarlo e farne una perfetta macchina da corsa sin dai due anni.
Al suo esterno Big Ranger, l’oscuro allevamento dell’Ohio, terra di mezzo che apre alla conquista delle pianure sconfinate del centro americano; in lui l’intuito dello stallone alla prima annata di monta, In Range, l’incrocio con una madre figlia di Tactical Landing, padre che porta con sé un poco del nostro Varenne. Un cippino, per dirla con i pokersti, da soli venticinquemila dollari per sedersi al tavolo più prestigioso del mondo.
Il trotto non è solo cavalli; sedere sul sulky richiede una sensibilità manuale che pochi virtuosi possiedono come dote differente.
Dexter Dunn, espatriato dalla Nuova Zelanda non ancora trentenne per confrontarsi con la crema statunitense, portatore di una legge diversa, inesorabile nelle rette d’arrivo combattute: negli anni divenuto the King of the Wire, il Re del Palo.
Al suo fianco, la giubba giallo-verde di Tim Tetrick, the Bionic Man, l’Uomo Bionico. È nato nelle terre di mezzo dell’Illinois, è stato capace di vincere più di mille corse in un anno, decine di grandi premi. Le sue ossa, frantumate in vari incidenti in corsa, sono sostituite da protesi in titanio, il prezzo della passione e l’origine del suo soprannome.
Apex – Dunn contro Big Ranger – Tetrick; il sogno americano in tutte le sue declinazioni, l’emigrazione, la fortuna di trovare la pepita nel fiume sotto casa, le bizzarrie della genetica equina, nel primo, richiesta come formula matematica inappellabile, nel secondo, ricercata nei confini discreti della speranza.
Percorreranno il miglio in 1:49.2, l’Hambletonian più veloce di sempre. Voleranno il quarto finale in 26.3, li separerà un inch, forse meno di uno spiffero; per un attimo ho sperato nella parità. The King of The Wire ha difeso le sue ragioni; il Principe Apex ha imposto il suo lignaggio sul “Farmer” Big Ranger.
In un Meadowlands semivuoto – disperatamente alla ricerca della sopravvivenza attraverso un Casinò, stortura di questa attività imprenditoriale – si è sublimata l’essenza di questo sport, un’emozione impareggiabile, coltivata nel tempo come sogno inconfessabile.
È iniziato un nuovo secolo; speriamo non sia l’ultimo.
A circa ventisei secondi e qualche pirolo dall’epilogo il destino che accompagna le corse aveva dipinto un meraviglioso affresco; un condensato di storie sfarzose e minime che si sarebbero confrontate in quell’ultimo quarto di miglio.
In testa Apex, figlio dello stallone principe, Walner, mai consacrato da un figlio vincitore di Hambletonian; genealogia nobile, avendo una madre, Mission Brief, colonna portante dell’allevamento americano. L’onere di mezzo milione di dollari per acquistarlo e farne una perfetta macchina da corsa sin dai due anni.
Al suo esterno Big Ranger, l’oscuro allevamento dell’Ohio, terra di mezzo che apre alla conquista delle pianure sconfinate del centro americano; in lui l’intuito dello stallone alla prima annata di monta, In Range, l’incrocio con una madre figlia di Tactical Landing, padre che porta con sé un poco del nostro Varenne. Un cippino, per dirla con i pokersti, da soli venticinquemila dollari per sedersi al tavolo più prestigioso del mondo.
Il trotto non è solo cavalli; sedere sul sulky richiede una sensibilità manuale che pochi virtuosi possiedono come dote differente.
Dexter Dunn, espatriato dalla Nuova Zelanda non ancora trentenne per confrontarsi con la crema statunitense, portatore di una legge diversa, inesorabile nelle rette d’arrivo combattute: negli anni divenuto the King of the Wire, il Re del Palo.
Al suo fianco, la giubba giallo-verde di Tim Tetrick, the Bionic Man, l’Uomo Bionico. È nato nelle terre di mezzo dell’Illinois, è stato capace di vincere più di mille corse in un anno, decine di grandi premi. Le sue ossa, frantumate in vari incidenti in corsa, sono sostituite da protesi in titanio, il prezzo della passione e l’origine del suo soprannome.
Apex – Dunn contro Big Ranger – Tetrick; il sogno americano in tutte le sue declinazioni, l’emigrazione, la fortuna di trovare la pepita nel fiume sotto casa, le bizzarrie della genetica equina, nel primo, richiesta come formula matematica inappellabile, nel secondo, ricercata nei confini discreti della speranza.
Percorreranno il miglio in 1:49.2, l’Hambletonian più veloce di sempre. Voleranno il quarto finale in 26.3, li separerà un inch, forse meno di uno spiffero; per un attimo ho sperato nella parità. The King of The Wire ha difeso le sue ragioni; il Principe Apex ha imposto il suo lignaggio sul “Farmer” Big Ranger.
In un Meadowlands semivuoto – disperatamente alla ricerca della sopravvivenza attraverso un Casinò, stortura di questa attività imprenditoriale – si è sublimata l’essenza di questo sport, un’emozione impareggiabile, coltivata nel tempo come sogno inconfessabile.
È iniziato un nuovo secolo; speriamo non sia l’ultimo.
Massimo Gagliani
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